Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini

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I libri di Khaled Hosseini NON possono non essere letti. 
Parto con questa premessa, che ogni libro che Hosseini ha scritto è un capolavoro, semplicemente, un capolavoro che tutti dovrebbero leggere e capire. 

 

Amir e Hassan sono due bambini che vivono a Kabul, una Kabul diversa da quella che purtroppo siamo costretti a sentire parlare ad ogni tg.
Sono molto uniti, come fratelli, vivono insieme e hanno la stessa età, entrambi sono orfani di madre. La madre di Amir morì di parto e quella di Hassan se ne andò abbandonando lui e il marito.

“Poi ci ripeteva che c’era una fratellanza tra chi si era nutrito allo stesso seno, una parentela che neppure il tempo poteva spezzare. 
Hassan e io avevamo succhiato lo stesso latte, avevamo mossi i primi passi sullo stesso prato e avevamo pronunciato le prime parole sotto lo stesso tetto. 
La mia fu Baba.
La sua Amir, il mio nome”

Amir a volte è geloso di Hassan per le attenzioni che suo padre gli rivolge e che lui non capisce. Amano la caccia agli aquiloni, una gara che si teneva ogni anno a Kabul, prima della presa dei Talebani.  Lo scopo di questo gioco è tagliare, per mezzo del proprio aquilone, il filo di quello degli altri giocatori. Gli aquiloni diventano di proprietà di chi li recupera: chi taglierà il filo del penultimo aquilone rimasto in aria vincerà la competizione e se riesce poi a recuperarlo ne fa il suo trofeo.

-Hassan, noi…-
-Lo so- disse sciogliendosi dall’abbraccio -Inshallah festeggeremo dopo. Ora do la caccia all’aquilone per te.- Lasciò cadere il rocchetto e schizzò via come un razzo, trascinando nella neve l’orlo del suo chapan verde. 
-Hassan- urlai. -Torna con l’aquilone azzurro!-
Arrivato in fondo alla strada si fermò e con le mani attorno alla bocca mi gridò: -Per te questo e altro-.

Poi Amir assistette a qualcosa di terribile, qualcosa che cambiò per sempre la sua vita e quella di Hassan, il loro rapportò cambio e anche Hassan cambiò, non era più il bambino che conosceva e Amir si sentiva un codardo per non averlo aiutato. 
Non riuscendo a sopportare ciò che Assef aveva fatto ad Hassan e il peso della colpa che sentiva, Amir trovò il modo di cacciare Hassan e suo padre Ali da casa sua.

-Ce ne andiamo via, agha saib- annunciò Ali.
-Cosa?- esclamò Baba impallidendo. 
-Non possiamo più vivere qui.-
-Ma io l’ho perdonato, Ali, non hai sentito?-
-Per noi è impossibile vivere qui adesso, agha sahib. Ce ne andiamo.- Ali tirò il figlio vicino a sé e gli mise un braccio attorno alle spalle. Era un gesto di protezione e io sapevo da chi voleva proteggerlo. Mi guardò e nei suoi occhi freddi e accusatori vidi che Hassan gli aveva raccontato tutto. Gli aveva parlato di quello che Assef e i suoi amici gli avevano fatto, dell’aquilone e di me. Stranamente ero contento che qualcuno sapesse chi fossi realmente. Ero stanco di fingere. 

Poco tempo dopo ci fu l’invasione della Russia e Amir con suo padre se ne andarono in America, passando per il Pakistan, la casa venne affidata all’amico di suo padre, Rahim Khan.
In America Amir conosce una giovane ragazza, figlia di un uomo che un tempo era generale, Soraya Taheri e così chiede a suo padre di fare la proposta al generale Taheri, e suo padre, ormai malato e vecchio acconsente affinché Amir possa essere felice con Soraya. 

-Forse, se non sei troppo stanco, potresti fare tu qualcosa per me.-
-Che cosa?- 
-Voglio che tu vada a khastegari. Voglio che tu chieda al generale Taheri la mano di sua figlia.-
Le labbra secche di Baba si allargarono in un sorriso. Una chiazza verde su una foglia ingiallita. -Sei sicuro?- 
-Non sono mai stato così sicuro in vita mia.-

Poco tempo dopo le nozze il cuore di Baba però smise di battere e Amir dopo qualche tempo venne contattato da Rahim Khan, il vecchio amico di suo padre che ormai malato gli chiede di tornare a Kabul, solo così potrà rimediare al passato.
Amir parte per tornare a casa, prima però si reca a Peshawar dove si trova Rahim Khan. 

-C’è un’altra ragione per cui ti ho fatto venire qui. Volevo vederti prima di andarmene, certo, ma c’è anche qualcos’altro.-
-Dimmi.-
-Negli anni in cui ho vissuto nella casa di tuo padre non sono stato sempre da solo. Hassan è venuto a vivere con me.-
-Hassan- ripetei. Sentii gli uncini della colpa penetrarmi nella carne, come pronunciare di nuovo il suo nome avesse rotto l’incantesimo, liberando ancora una volta il mio tormento.

Amir scopre così la verità su Hassan, una verità dolorosa che lo lega a lui più quanto avesse mai potuto immaginare.  Scopre anche la terribile fine di Hassan e di sua moglie Farzana e la scomparsa del loro unico figlio Sohrab, portato in un orfanotrofio a Kabul.
Rahim consegna ad Amir una lettera di Hassan che lo lascerà senza parole, e poi con l’aiuto di Farid, un fidato autista scopre dove si trova il bambino e si reca dai Talebani che lo hanno preso dall’orfanotrofio.
Con grande sorpresa di Amir, il talebano che ha preso Sohrab altri non è che Assef, il ragazzo che aveva abusato di Hassan e anche di molti altri bambini che mai erano tornati negli istituti.
Assef riconosce Amir e fa portare Sohrab poi ordina ai suoi uomini di lasciarli soli.

Il nome del talebano salì alla mia coscienza dal profondo. Non volevo pronunciarlo, come se quel semplice suono potesse farlo materializzare di colpo. Ma era già lì in carne ed ossa, seduto a meno di due metri da me, dopo tutti quegli anni. Il suo nome mi sfuggì dalle labbra: -Assef-.
-Amir jan.-
-Che ci fai qui?- Sapevo che non avrei potuto fare una domanda più stupida, ma non me ne venne in mente un’altra. 
-Io?- chiese Assef con un sopracciglio alzato. -Io sono nel mio elemento. Che ci fai tu qui?-

Assef attacca  Amir con riducendolo in fin di vita, ma Amir ride perché si sente finalmente liberato dal senso di colpa per non aver aiutato Hassan anni prima. Sohrab, vedendo Amir in difficoltà, proprio come il padre in passato, si ribella, punta la vecchia fionda del padre con una biglia contro la testa di Assef e, prima che il talebano gli salti addosso, lo acceca, trapassandogli l’occhio e lasciandolo solo ad urlare di dolore.
Con l’aiuto dell’autista, Farid, Amir e Sohrab riescono a fuggire e così Amir viene ricoverato in ospedale.
Alla fine dopo molte peripezie riesce a portare Sohrab in America, dove sua moglie Soraya a conoscenza di tutto li sta aspettando con impazienza.
Per oltre un anno Sohrab se ne sta chiuso nel suo silenzio, reduce ancora dagli orrori vissuti a Kabul per via di Assef, ma la su natura di bambino pian piano fa capolino lasciando intravedere il bambino che era prima della morte di Hassan e Farzana. 

 

-Vuoi che dia la caccia all’aquilone?-
Vidi il piccolo pomo d’Adamo si Sohrab salire e scendere come per deglutire. Il vento gli scompigliava i capelli. Mi parve di vederlo annuire. 
-Per te questo e altro- dissi senza rendermene conto. 
Era solo un sorriso, niente di più. Le cose rimanevano quelle che erano. Solo un sorriso. Una piccola cosa. Una fogliolina in un bosco che trema al battito d’ali di un uccello spaventato. 

 

 

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