Intervista all’autrice de ‘Un certo tipo di tristezza’

Un certo tipo di tristezza uuu

 

 

 

 

Sara Gavioli

 

 

 

 

1. Intanto ciao Sara, grazie per aver scelto di fare questa intervista con me.
Inizierei con il chiederti un po’ di te. Come mai ha deciso di cimentarti in questa prova da scrittrice?

Grazie a te! La tua è una domanda interessante: perché si scrive? Prima di tutto, credo, per mettersi alla prova. Il confronto con i lettori insegna sempre tanto e rende consapevoli dei propri punti di forza e delle proprie debolezze. Ho scelto di iniziare con una pubblicazione in digitale per rendermi conto in prima persona di cosa succede all’autore in questi casi. Oggi parliamo tanto dell’editoria e dei suoi meccanismi, ma di solito ne parla più chi non la conosce. Mettersi in gioco, prima di lamentarsene a priori, permette di esprimere pareri sensati. E poi, diciamolo: ricevere commenti su un lavoro venuto fuori dalla propria testa è un’esperienza da fare. Ne sto già ricevendo parecchi, e questa è la soddisfazione più grande: se la mia storia vi lascia qualcosa, abbiamo vinto entrambi.

2. Com’è nato il tuo romanzo, hai preso spunto da qualcosa?

Avevo in mente questa storia da anni. Anzi, più che la storia avevo in mente la situazione: una ragazza da sola in una casa isolata, circondata dalla neve. Sono partita da questo, poi il resto è venuto da sé. Credo sia il modo più divertente di scrivere: iniziare da un’idea, per poi farsi delle domande. Come potrebbe essere arrivata lì? Che tipo è? Cosa le succederà?

3. Ogni scrittore credo che provi qualcosa di diverso durante la scrittura, tu Sara cosa provi?

La scrittura è per me un momento intimo, in cui raccogliersi ed esprimere quel che si ha dentro. Non sono una grande fan dei discorsi sulle Muse e sull’ispirazione ardente: anche quello dello scrittore è un lavoro, in cui si alternano momenti di libera produzione spontanea e altri di revisione, riconsiderazione, ripensamento. Forse è poco romantico vederla così, ma chiunque si cimenti in questa attività si accorgerà presto dell’impegno e della pazienza che servono. In ogni caso, trovo che sia rilassante.

4. Parlami della tua/o protagonista, sbizzarrisciti.

La mia protagonista è Anna, una ragazza che si è arresa. Non l’ho trattata molto bene: all’inizio pensavo di non darle nemmeno un nome, per evidenziare quanto fosse chiusa in se stessa e immobile. I nomi servono nella relazione con l’altro. Infatti, Anna ne ha avuto bisogno dopo l’incontro con gli altri personaggi.
È lei la mia voce narrante: racconta dell’isolamento che si è autoimposta, rifiutando di vedere il proprio valore. Dalle sue parole traspare un bisogno disperato di trovare un posto nella società, che le appare come qualcosa di estraneo e blindato. Pensa di non essere in grado, di poter solo fallire, e quindi non ci prova nemmeno. Temevo di averla resa fastidiosa, perché intrappolata nelle proprie incertezze. Invece, devo dire che la reazione dei lettori è stata positiva: tutti mi dicono che Anna è simpatica, cosa piuttosto sorprendente. Forse risulta esserlo perché il lettore si identifica in lei: tutti, ogni tanto, ci sentiamo un po’ soli e bloccati dalle nostre insicurezze.

5. In che luogo e periodo è ambientata la tua storia?

La maggior parte delle vicende si svolge in una grande casa isolata, in mezzo alla neve. Il romanzo è ambientato ai giorni nostri, e Anna viene scelta per fare da custode durante l’inverno. Poco distante c’è un piccolissimo paesino sul punto di scomparire, pieno di attività commerciali inutili e di persone con le loro storie.
In un certo senso, comunque, le vicende si svolgono più che altro nella testa di Anna.

6. Cosa rende speciale i tuoi personaggi? Cosa li distingue dagli altri?

Ogni personaggio rappresenta un modo di reagire agli ostacoli che tutti ci troviamo di fronte: Anna è come un riccio, si rinchiude in se stessa per proteggersi dal possibile fallimento. Lidia, invece, reagisce in modo più urlato ma con determinazione. Alessandro, il barista del paese, usa l’ottimismo come schermo per non ammettere di trovarsi in difficoltà. Ognuno di loro ci prova, a modo proprio.

7. Da cosa è mosso il tuo protagonista? Es. (Amore, rabbia, vendetta, dolore), e qual è il suo obiettivo?

Dire che Anna si muova è già un errore, almeno per buona parte del romanzo. In realtà, la sua caratteristica è proprio l’essere immobile. Va avanti più che altro per inerzia, fin quando un’opportunità che non si aspettava la costringe a mettere il naso fuori dal suo monolocale. Dopo, direi che a muoverla è la vita. Come capita a tutti, la sua crescita personale viene spinta dalla necessità e dalla consapevolezza che darsi da fare è l’unico modo per sopravvivere.

8. Perché hai dato quel nome al tuo protagonista? Qual è il significato che si cela sotto?

È un nome semplice, quasi banale, e per questo l’ho scelto. Trovo irritante la tendenza a dare nomi bizzarri ai propri personaggi. Anna non è una protagonista perfetta, carina e da ammirare. È una ragazza come tante altre, con un sacco di difetti e qualche pregio. Non riuscirei a prenderla sul serio se si chiamasse “Fiordiluna”, insomma.

9. Piccolo estratto.

Ero convinta che sarei morta così, immersa nel caos che mi circondava, e dal nulla sarebbero sbucati dei levrieri che mi avrebbero mangiato la faccia. La gente sola finiva sempre in questo modo, più o meno.
Di certo non sarei mai diventata una persona vera. Gli annunci di lavoro scorrevano sullo schermo, ma erano tutti falsi. Non c’era niente per me.
Non volevo vendere roba porta a porta, non avevo intenzione di fare l’animatrice.
Era inutile. La società era un cubo blindato e nero, che mi limitavo a guardare con disapprovazione.

10. Trama del tuo libro + link acquisto.

Convinta che il mondo lì fuori la rifiuti, Anna decide di chiudersi in una tana fatta di incertezze e fragilità. Un giorno, però, un’opportunità inaspettata la trascina in quello che impara a considerare il suo ambiente naturale: una casa isolata in montagna, con accanto un paesino in cui ogni persona ha una storia.
Sarà in particolare una di queste storie, sigillata fra le pagine di vecchi diari ingialliti, che la porterà ad interrompere la sua staticità, le sue incessanti riflessioni ed i suoi dubbi ed incertezze, spronandola a reagire per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe.

 

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